ALHEIT VINEYARDS

È una delle aziende più giovani, interessanti, dinamiche e originali del Sud Africa, pur avendo alle spalle una vicenda ancora breve. I primi imbottigliamenti dei coniugi Chris e Suzaan Alheit risalgono infatti al 2012, quando finalmente vide la luce il loro primo vino, il Cartology 2011. Nel mondo della critica specializzata, fu una specie di meteorite: era un’ipotesi spontanea, integra, vitale ed energetica di Chenin Blanc, da vecchie vigne della zona del Capo; un vino sobrio, lontano dagli stereotipi internazionali, dalla bella complessità (e dalla meravigliosa etichetta, il che non guasta). “An exploration of Cape heritage”, si legge in etichetta, ed è il tentativo che Chris e Suzaan perseguono: rileggere un’eredità ormai stratificata alla luce del proprio gusto, della loro visione moderna, in cerca di una bellezza universale. Da allora, altre straordinarie etichette di bianco si sono affiancate al capostipite: il Fire By Night (Chenin Blanc, dalla zona di Paardenberg), Nautical Dawn (Chenin Blanc, dalla False Bay di Stellenbosch, nato con la vendemmia 2017) e l’intensissimo La Colline (Sémillon, zona di Franschhoek, da una vigna del 1936).

Il metodo

Il protocollo di cantina si fatica a definirlo tale: è un’infilata di “no”, una serie di scelte adottate sia nell’interesse salutistico del consumatore sia nell’ottica di una presenza più defilata possibile del produttore in cantina durante la vinificazione e le maturazioni. Nessuna aggiunta di lieviti, niente solforosa, nessun intervento di stimolo o di inibizione della malolattica, niente legno nuovo, niente chiarifica, nessuna filtrazione, nessun additivo. Un’enologia di custodia, in levare. “Che parliamo a fare dell’origine del vino” ha detto Chris “se poi lo manipoliamo? Cerchiamo di fare eco alla voce della terra, non di imporre la voce del winemaker”.